giovedì 14 maggio 2020

Roma, parà morto in caserma per nonnismo: chiuse indagini per tre

La procura militare di Roma ha chiuso l'inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri, il giovane allievo paracadutista della Folgore, originario di Siracusa, morto il 13 agosto 1999 nella caserma "Gamerra" di Pisa. Il reato contestato a
tre caporali è "violenza ad inferiore mediante omicidio pluriaggravato, in concorso tra loro". Non fu dunque un suicidio, come per anni in molti dentro e fuori le forze armate avevano sostenuto, ma un atto di "nonnismo" estremo. Secondo la ricostruzione della procura generale militare (sulla stessa vicenda è in corso anche una parallela inchiesta della procura ordinaria di Pisa), tutto comincia "tra le ore 22.30 e le 23.45 del 13 agosto 1999", quando tre ex caporali incontrano Scieri mentre stava per fare una telefonata col suo cellulare, poco prima di rientrare in camerata. Lo fermano e, qualificandosi come caporali del Reparto corsi e suoi superiori, prima gli contestano di aver violato le disposizioni che gli vietavano di utilizzare il cellulare e, subito dopo ("abusando della loro autorità"), lo costringono a "effettuare subito numerose flessioni sulle braccia". "Mentre le eseguiva - si legge nell'avviso di conclusione indagini - lo colpivano con pugni sulla schiena e gli comprimevano le dita delle mani con gli anfibi, per poi costringerlo ad arrampicarsi sulla scala di sicurezza della vicina torre di prosciugamento dei paracadute, dalla parte esterna, con le scarpe slacciate e con la sola forza delle braccia". Mentre Scieri stava risalendo, "veniva seguito dal caporale che, appena raggiunto, per fargli perdere la presa, lo percuoteva dall'interno della scala e, mentre il commilitone cercava di poggiare il piede su uno degli anelli di salita, gli sferrava violentemente un colpo al dorso del piede sinistro; così facendo, a causa dell'insostenibile stress emotivo e fisico subìto, provocato dai tre superiori, Scieri perdeva la presa e precipitava al suolo da un'altezza non inferiore a 5 metri, in tal modo riportando lesioni gravissime". I tre poi, secondo l'accusa mossa dalla procura generale militare, "constatato che il commilitone, sebbene gravemente ferito, era ancora in vita, pur essendo consapevoli dell'obbligo di dover agire per soccorrerlo, lo abbandonavano sul posto agonizzante e, violando uno specifico dovere militare di comportamento, così ne determinavano la morte", che, invece, "il tempestivo intervento del personale di Sanità militare, da loro precluso, avrebbe potuto evitare".

Via: ANSA

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